Il manager 4.0? Sarà un orchestratore

Il divide cruciale, per le piccole e medie imprese italiane, non sarà quello tecnologico o digitale quanto quello di mentalità. Per questo servono "manager di connessione", perché lo stabilimento 4.0 ha bisogno di avere intorno tutto un ecosistema 4.0 La ricerca "The Future of the Jobs" presentata al World Economic Forum afferma che prossimi anni, fattori tecnologici e demografici influenzeranno profondamente l’evoluzione del lavoro. Si creeranno 2 milioni di nuovi posti di lavoro e contemporaneamente ne spariranno 7 milioni di vecchi, con un saldo netto negativo di oltre 5 milioni di posti di lavoro. In Italia è previsto un pareggio, con 200mila posti creati e altrettanti persi. Cambieranno le competenze e le abilità ricercate. Occorreranno nuove figure, in particolari figure capaci di creare connessione tra il grande e il piccolo, tra i saperi trasversali, tra l'online e l'offline. È stata questa la figura al centro del recente evento "Forum Industria 4.0 – [Dis] Occupazione tecnologica", in cui Marco Travaglini ha tratteggiato con forza questo nuovo “manager della connessione”, partendo dal fatto che il divide cruciale non sarà in futuro tanto quello digitale quanto lo human capital divide tra piccola e grande impresa. Saranno loro a colmare il divario tra grande e piccola impresa, a dare ossigeno ai piccoli e medi imprenditori, ad aiutarli a superare la dimensione locale, aiutandoli almeno a ‘interregionalizzare’ se non a internazionalizzare: perché il piccolo imprenditore non può affrontare da solo la digitalizzazione né permettersi una squadra di top manager che lo facciano per lui. Ma come deve essere questo manager 4.0? Ne abbiamo parlato con Riccardo Maiolini, esperto di innovazione sociale, tra i fondatori dell’Associazione ItaliaCamp, professore alla John Cabot University di Roma e curatore del Primo rapporto sull'Innovazione Sociale in Italia (2013). Ci stiamo preparando o no a questo futuro? Perdiamo posti di lavoro, nei percorsi classici e nelle figure professionali classiche c’è declino ma d’altra parte, è noto, ci sono professionalità che non si trovano. Di programmatori, esperti di big data e di sicurezza informatica c’è tanta domanda e poca offerta. I tempi di reazione delle università per rispondere alle nuove domande sono lunghissimi, penso ad esempio agli Anni ’80, quando servivano informatici, tutti si sono iscritti a informatica poi quando sono usciti, cinque anni dopo, erano disoccupati perché lo scenario era già cambiato. Nelle università hanno successo i master, un po’ perché c’è bisogno di studiare sempre di più e l’università non basta, ma soprattutto perché i master durano un anno e un anno come rapidità di risposta è ragionevole. Non tutti però: nel mio settore, le business school, i master generalisti hanno difficoltà, mentre hanno molto successo quelli a catalogo, con l’azienda che chiede di fare formazione su uno specifico tema. Il tema è quanto cambia rapidamente la richiesta e quanto chi si occupa di formazione riesce a starci dietro. È la questione delle competenze? Se si guarda solo alle competenze immediate e si abbandona la teoria, le persone hanno un problema: sanno risolvere casi specifici, sanno fare copia e incolla del caso studiato, ma quando il caso cambia? Io insegno digital marketing, oggi gli studenti mi chiedono come funzionano sistema pubblicitari di Facebook o AdWords di Google, ma se domani Facebook chiude? E se nasce un nuovo strumento? Impari a usare tutti gli altri strumenti se hai la teoria, è necessario bilanciare i due aspetti. E le soft skills: davvero saranno queste a far la differenza? Le capacità trasversali sono fondamentali, perché sono quelle che fanno un buon e bravo decisore. Ciò che fa un manager è il fatto che il manager prende decisioni. Relazionarsi, gestire il conflitto, essere creativo… sono tutti aspetti utili a prendere decisioni. Siamo bravi se non siamo meri esecutori ma se abbiamo capacità di prendere decisioni. L’artigiano diventa imprenditore quando non solo è bravo personalmente a fare un’attività manuale, ma la spiega a un altro, delega, è capace di far crescere e così cresce. Altrimenti resta solo lui. In questo senso sono utili le soft skills, si tratta di rendere replicabile - in senso buono - una determinata abilità. Nel report per Industria 4.0 – [Dis] Occupazione tecnologica si legge che «lo stabilimento 4.0 ha bisogno di avere intorno tutto un ecosistema: mobilità, territorio, rigenerazione urbana…», si parla di «interconnessione fra macchine e persone e culture diverse». Perché il tema industria 4.0 interessa non solo l’industria manifatturiera ma tutti? Anche il sociale? Tutto il mondo dei servizi, della ristorazione, degli eventi, del turismo… tutti possono digitalizzare i propri servizi. È un passo verso un mondo nuovo. Un panificio ad esempio può avere un mobiletto smart, con sensori e QRcode, l’azienda con questo strumento dà un valore aggiunto, nel suo piccolo, ma non bisogna scalare nel mondo. Sul sociale si aprono tantissimi scenari, ad esempio sull’assistenza, che non cresce più di tanto ha il vincolo di essere a contatto con le persone. Invece se qui dentro porti un sistema informatizzato anche semplice, se permetti la collaborazione, la condivisione dell’assistenza, si aprono nuovi mondi. Però servono persone che capiscano questo e facciano mediatori culturali tra i vecchi imprenditori e il nuovo mondo, anche nel sociale. Prima che industria 4.0 in Italia servono mentalità e uomini 4.0? Quindi come vanno ripensate istruzione, formazione, educazione? Speso in Italia dimentichiamo il contesto. Sono le piccole e medie imprese che fanno il made in Italy, è importante perché tutti i modelli di crescita e di sviluppo tipici dei grandi, in Italia non funzionano. Gli imprenditori di realtà con 40 dipendenti e milioni di euro di fatturato non hanno la capacità di fare innovazione, non hanno tempo, non sono organizzati… sono sempre presi dagli aspetti operativi, non hanno tempo per creare un modello: ma se non organizzi e lavori sempre sull’emergenza non puoi crescere. In questo senso servono persone 4.0 che possano creare ponti di conoscenza tra imprese e fori di innovazione (azienda, startup, università, altre imprese….), che portino dentro all’azienda un punto di vista diverso. La piccola impresa ha bisogno di figure che siano intermediari, oggi si usa molto la parola orchestratori: qualcuno che intermedi fra diverse realtà e crei valore dentro il sistema, come fa un direttore d’orchestra, che mette tutto il suo talento ma risultato finale è collettivo. Dobbiamo costruire e formare figure professionali che facciano da temporary manager o personal manager, da orchestrator. L’altro elemento interessante sono le startup: i percorsi formativi sulle startup tendono a dire fai la tua startup, diventa imprenditorie, ma non tutti in realtà hanno le caratteristiche per farlo. Impariamo invece a lavorare nel mondo delle startup, non come imprenditori per forza ma come esperti delle startup, che hanno dinamiche loro, regole di gioco loro. Poi domani, se vuoi, diventi imprenditore. È falso il mito che le startup le si fondino a 18 anni nei garage di casa, negli USA l’età media di chi fonda una startup è 43-45 anni, gente che sa come funziona quel mondo. Anche in Italia, se vedi quelle che funzionano sono tutte fondate da persone giovani ma con esperienza nel settore. A leggere i report che disegnano gli scenari futuri, sembra che nella complessità ci sarà lavoro solo per figure professionali elevate? E gli altri? Che fanno? Bella domanda. Certo, più specifiche sono le competenze e maggiore può essere la capacità di sapersele vendere, più la forza lavoro non è qualificata e meno ha valore. È così. Non c’entra l’industria 4.0 e nemmeno l’immigrazione: io lo dico sempre, tutto lo spavento per i migranti che leggo, se ti fanno paura vuol dire che tu pensi di valere meno… Fonte: http://www.vita.it/it/article/2017/07/21/il-manager-40-sara-un-orchestratore/144106/

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LinkedIn: strategie marketing che potete usare per scovare clienti

Per cominciare, quali sono le potenzialità di LinkedIn dal punto di vista dei numeri? Con quasi 500 milioni di membri in 200 paesi, e con 2 nuovi membri che si uniscono alla piattaforma ogni secondo, LinkedIn ha un pubblico molto particolare (e vincolato) di “professionisti”. Quest’ultima parola è molto importante perché dovremmo creare le nostre campagne adattandole ai lavoratori. Al fine di catturare il loro tempo, interesse ed attenzione, è necessario usare un approccio molto diverso dal solito. Quelle che leggerete qui sotto sono cinque strategie specifiche per aiutarvi a vendere i vostri prodotti e servizi su LinkedIn. Strategia 1: Contenuto = Valuta Bisogna guadagnarsi il tempo, attenzione ed interesse delle persone presenti su LinkedIn. La creazione e la condivisione libera di contenuti di valore che contribuiscono alla risoluzione di diversi problemi professionali o su come [utenti ed aziende] potrebbero distinguersi rispetto alla concorrenza potrebbe essere una bella idea. Inoltre, il contenuto è diventato la moneta del mercato online di oggi. Se si vuole “comprare” il tempo, attenzione ed interesse dei prospetti ideali su LinkedIn, è necessario creare contenuti che saranno di grande interesse (e valore). Strategia 2: Non pretendere ma Dimostrare. Chiunque può rivendicare l’autorità, soprattutto online. In questi giorni, sembra che ovunque ci si gira, si vedono persone che si definiscono dei “guru” o “luminari”. Per conquistare davvero la fiducia di qualcuno, è necessario dimostrare la propria autorità. Il tuo contenuto “gratuito” dimostra alla gente che sei tu l’esperto, che puoi aiutarli a raggiungere i loro obiettivi e che sei disponibile a catturare il loro tempo, interesse ed attenzione. Strategia 3: Potete chiedere qualcosa solo dopo avervi guadagnato la fiducia del cliente. Bisogna guadagnarsi le opportunità. Le persone sono troppo occupate (e, diciamocelo, troppo interessate ad altre cose) per concederci del tempo facilmente. Se “chiedete” ad un utente di fidarvi di voi, quella fiducia ve la dovete guadagnare. Per esempio, non potete chiedere ad una ragazza di sposarvi al primo appuntamento, e non si può chiedere a qualcuno di puntare su di voi dopo che avete scambiato un paio di convenevoli su LinkedIn. La richiesta deve essere sempre direttamente proporzionale alla quantità di fiducia che avete guadagnato con l’altra persona. Strategia 4: Scegliersi il pubblico Il tuo contenuto LinkedIn dovrebbe essere iper-focalizzato su un target, su un pubblico di nicchia, fino al punto di includere questo settore nel titolo del post presente sul tuo blog o negli articoli del tuo sito. Vuoi aiutare qualche responsabile in marketing nel suo lavoro? Su LinkedIn puoi immediatamente trovare innumerevoli esperti in marketing. E, proprio come chiunque altro, gli esperti in marketing vorranno ascoltare le tematiche relative alla loro industria e la soluzione delle sfide e problematiche che devono affrontare quotidianamente. Così, quando crei un contenuto, fai in modo che il destinatario sia chiaro… gli esperti in marketing avranno così dei video contenuti che li aiuteranno ad ottenere più clienti. Se ti rivolgi agli esperti in marketing con studi di casi e testimonianze affidabili… hai fatto tombola. Poi, una volta che hai guadagnato la loro fiducia e quindi la loro attenzione, puoi proporre qualche contenuto da vendere. Strategia 5: I Titoli sono tutto. Il contenuto potrà essere favoloso, ma se il titolo è confuso, noioso o poco interessante, nessuno leggerà il contenuto. La formula per un titolo ideale deve essere: “Nome dei destinatari + Il Tuo Servizio + Beneficio ottenuto”. Ecco un titolo come esempio: “Strategie con cui gli Esperti in Marketing possono sfruttare LinkedIn per scovare nuovi clienti.” Esperti In Marketing = Destinatari; Strategie = Il tuo servizio; nuovi clienti = Il beneficio per loro; Il contenuto non dovrebbe essere scritto come una lettera di vendita o una pubblicità, ma piuttosto come una guida informativa, utile e strategica. Fonte: http://www.wonderchannel.it/2017/04/12/linkedin-strategie-marketing-per-scovare-clienti/

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Banche e startup si stanno segretamente innamorando

I più grandi amori nascono dall'odio. Banche e startup si stanno segretamente innamorando: le prime hanno capito che le giovani imprese possono diventare una fonte di innovazione a basso costo, le seconde sanno di avere bisogno di una platea di utenti grande e consolidata. Insieme cambieranno il nostro stile di vita. I più grandi amori nascono dall’odio. Dramma, colpi di scena, passione e morte. Non sto parlando di Romeo e Giulietta, ma dell’amore che sta nascendo tra le banche e le startup. Una storia che colpisce direttamente il nostro stile di vita ed il nostro portafoglio. Le banche vedono le startup come elementi anarchici che vogliono distruggere il loro “meritato” monopolio. Molte startup sono d’accordo. Da quando abbiamo lanciato Level39 - il più grande incubatore di startup Fintech in Europa - ogni anno centinaia di startup sono venute a presentare i loro progetti per un mondo senza banche. Nel settore del Bitcoin e delle altre monete virtuali la visione della startup media era ancora più aggressiva. Le banche non meritavano lo sforzo per essere distrutte. Peggio, sarebbero state dimenticate. Poi Open Bank, una startup tedesca, ha organizzato un evento Hackathon proprio a Level39 insieme a BNP Paribas, una della banche più grandi d’Europa. E le due fazioni hanno scoperto l’amore. Eventi simili stanno accadendo in altre città, soprattutto dove c’è il quartier generale di una o più banche. Questo è il momento in cui la storia reale si separa dal testo originale di Romeo e Giulietta. Nel pezzo teatrale di Shakespeare i due giovani si amano contro la volontà delle famiglie. Nel mondo reale le due famiglie -banche e startup - organizzano una serie di matrimoni multipli, comprese feste di addio al nubilato, rapporti extra coniugali e tradimenti. La Teoria del Precipizio. Perché le banche si sono innamorate delle startup Le banche hanno visto che le startup possono diventare una fonte di innovazione a basso costo. È molto meno costoso per una banca investire in una startup che sviluppare un sistema all'interno. Non è solo una questione di costi. Le banche hanno provato a sviluppare tecnologia innovativa all’interno e hanno fallito. Se lavorate nel settore tecnologico di una banca potreste sentirvi offesi, ma è un dato di fatto. Una soluzione rivoluzionaria e semplice da usare come PayPal non sarebbe mai nata all’interno di una banca. Lo stesso Reid Hoffman—uno dei fondatori di PayPal e fondatore di LinkedIn—ripete spesso che se avesse conosciuto la diffusione delle frodi su carta di credito non avrebbe mai costituito l’azienda. Si dice che creare una startup è come buttarsi da un precipizio e costruire un aereo in caduta libera. Qualche volta si vince, la maggior parte delle volte l’imprenditore si schianta al suolo. Una banca può assumere i migliori manager e programmatori sulla piazza, ma non potrà mai ricreare questo scenario. Per innovare le banche hanno bisogno delle startup. La diffusione della Teoria del Precipizio si inizia a vedere. La banca Goldman Sachs ha creato fondi dedicati alle startup sulle quali investe puntualmente ogni mese. Barclays ha incaricato Techstars—uno dei più famosi acceleratori di Silicon Valley—di creare un programma di accelerazione interno alla banca con sedi a Londra e New York. In Italia Banca Sella ha lanciato il Distretto Fintech in Piemonte, con le prime cinque startup attive da fine 2016. L’elenco continua a crescere ogni giorno. Anche se per alcuni esperti del settore tutto questo amore non basta a superare la differenza tra le due famiglie. Come in Romeo e Giulietta la storia di amore potrebbe finire in tragedia. La Teoria di Mercuzio. Perché le startup si sono innamorate delle banche Nel pezzo teatrale, Mercuzio è il migliore amico di Romeo e cerca di convincerlo che il suo amore romantico per Giulietta è una follia. Secondo Mercuzio quello che chiamiamo amore è semplicemente appetito sessuale represso. Romeo dovrebbe smettere di sognare, diventare pratico ed iniziare a soddisfare i suoi appetiti. A teatro, Mercuzio non riesce a convincere Romeo ed il risultato è tragico. Romeo e Giulietta muoiono, la madre di Romeo muore di disperazione, le famiglie continuano ad uccidersi, un disastro. Nella vita reale è accaduto esattamente il contrario. Mercuzio ha vinto. Le startup si sono rese conto che non è così facile scardinare il monopolio bancario. Il consumatore medio non è un appassionato di tecnologia come la maggior parte dei fondatori di startup. Una nuova tecnologia non è sufficiente a convincere milioni di persona a chiudere il conto in banca. Quando si tratta dei risparmi di famiglia, i consumatori vogliono essere sicuri che il contenitore sia sicuro. Se la fiducia nella banche è ai minimi storici dopo la crisi del 2008, una startup con pochi mesi di vita e senza capitale sociale non è un’alternativa solida per un consumatore normale. I Millennials ed i nativi digitali sono molto più aperti alla nuova tecnologia. Revolut - una delle startup di Level39 - acquisisce mediamente 1.500 nuovi clienti al giorno ed ha raccolto 10 milioni di sterline di investimenti in meno di due mesi. Revolut offre una carta multi-valuta senza commissioni, perfetta per viaggiare e per trasferire denaro alla famiglia all’estero. Tra i giovani è un marchio conosciuto quasi quanto Coca Cola, ma i giovani hanno ancora pochi risparmi. La generazione attuale è una delle più povere e la meno sicura dai tempi della rivoluzione industriale. Per usare la logica di Mercuzio, le startup hanno paura di rimanere in astinenza (non possono distruggere le banche prima di consumare tutto il capitale raccolto). Le banche magari sono meno belle della ragazza della porta accanto ma promettono grandi piaceri (accesso a centinaia di milioni di clienti meno giovani, meno digitali ma con più risparmi). Mercuzio direbbe “Caro Romeo, dimentica l’amore romantico con Giulietta e vivi notti di passione con Rosaline. Fidati è meglio per tutti.” Fonte: http://www.economyup.it/blog/5649_10-previsioni-fintech-per-il-2017---4-l-anno-dell-amore-bancario.htm

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Startup: come è andato nel 2016 il mercato europeo del venture capital

Gli investimenti europei in startup e aziende tech corrono fino a sfiorare una previsione di 14 miliardi di dollari entro il 2016. Ma i round restano bloccati in fase early stage: i primi finanziamenti, quelli che dovrebbero fare solo da rampa di lancio sul mercato. È quanto emerge dalla fotografia scattata dall’edizione 2016 di State of European tech, il report realizzato fondo di investimento Atomico in collaborazione con l’associazione Slush (versione integrale). Nonostante la battuta d’arresto del terzo trimestre di quest’anno, fermo a 3 miliardi contro i 3,6 del 2015, i capitali riversati nelle aziende tech del Vecchio Continente hanno già centrato quota 10,6 miliardi e potrebbero chiudere l’anno a 13,6 miliardi: un volume pari a cinque volte i 2,8 miliardi del 2011, a fronte di un totale previsto di 2.825 accordi (tre volte e mezzo gli 815 di cinque anni fa). I portafogli dei venture capitalist si stanno facendo sempre più diversificati, se è vero che la “top 5” dei settori più finanziati nei primi nove mesi di quest’anno vede svettare l’industria musicale (1,3 miliardi), servizi finanziari (1,1 miliardi), software di impresa (913 milioni), moda (785 milioni) e food (663 milioni). La cattiva notizia? La crescita è concentrata nei primi round, per poi calare proprio quando la startup avrebbe bisogno di più risorse per stabilizzarsi o andare in attivo. Per farsene un’idea, basta dare un occhio alla percentuale di startup passate dalla fase seed (il primissimo finanziamento) a round Series A e successivi. Tenendo in conto un intervallo medio di tre anni per chiudere almeno due round, la percentuale di aziende capaci di crescere dalla fase seed a un round Series A è calata dal 33% del 2009 al 21% del 2013, mentre quelle arrivate al Series B (lo step seguente) si sono dimezzate dal 16% all’8%. Secondo l’analisi di Atomico, il raffreddamento degli investimenti dopo l’esordio sarebbe la spia di un limite strategico: le startup o ex startup europee più promettenti tendono a farsi acquisire dai colossi di settore, sopratutto da Usa e Cina, piuttosto che continuare ad espandersi con mezzi propri. Basti pensare al deal da 1,4 miliardi di sterline che ha consegnato il motore di ricerca Skyscanner all’agenzia di viaggio cinese Ctrip, all’acquisizione da 8,6 miliardi della casa di videogiochi Supercell a opera della connazionale Tencent o alle varie startup della consegna cibo inglobate dal gigante britannico Just Eat (come l’italiana PizzaBo, oggi scomparsa). Il trend non ha impedito comunque di aggiungere sei new entry alla lista europea degli “unicorni”,le società con valutazione sopra al miliardo di dollari, portando a 37 il totale del Continente. I nuovi ingressi? La piattaforma per la consegna di cibo Deliveroo (474,5 milioni di dollari in finanziamenti), il sistema end-to-end Unity (289,2 milioni di dollari), il colosso dei casinò online Evolution Gaming, la piattaforma di software as a service Mimecast, il retail online di Boohoo e Mindmaz, un’azienda svizzera di information technology che ha incassato 108,5 milioni di finanziamenti. E nel confronto tra Paesi? Il grosso degli investimenti si concentra tra Regno Unito e Germania, dove si registrano rispettivamente 3,7 e 2,1 miliardi di dollari nei primi nove mesi dell’anno contro i 7,8 miliardi del resto d’Europa. A margine, però, si fanno avanti le piazze candidate a nuovi hub su scala continentale. La “Brexit” delle imprese tecnologiche non è ancora iniziata, ma tra i concorrenti che insidiano Londra compaiono Francia (2,7 miliardi raccolti, meglio della stessa Germania), Svezia (1,6 miliardi) e qualche outsider come il Portogallo, l’ex periferia che ha visto i capitali impennarsi da zero a 51 milioni nell’arco di un quinquennio. Chi fa ancora fatica a risalire la china, per ora, è proprio l’Italia. Gli ultimi dati dell’Aifi, associazione italiana private equity e venture capital, hanno registrato investimenti nel segmento seed-startup pari a 35 milioni di euro per i primi sei mesi dell’anno. Il dato fa segnare un aumento di quasi l’80% (77%) rispetto ai 20 milioni messi a segno in precedenza, ma rende difficile avvicinarsi ai picchi raggiunti in annate come il 2012 (135 milioni) e allunga, ancora di più, le distanze con la media europea per quantità e ritmo degli investimenti riservati all’innovazione. Fonte: http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/01/03/startup-andato-mercato-del-venture-capital-europa/

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I 10 trend digital che domineranno il 2017. Il report di Ericsson

Il colosso svedese ha pubblicato “The 10 Hot Consumer Trends for 2017”, un sondaggio svolto in 14 megalopoli che evidenzia le tendenze digital che domineranno il prossimo anno L’Intelligenza artificiale sarà ovunque, una persona su 4 la vorrebbe anche a lavoro, al posto di colleghi o addirittura del capo. L’Internet delle cose diventerà ancora più avanzato, con smartphone a cui richiederemo di fare sempre più compiti. Realtà virtuale, video e realtà aumentata saranno integrati in una “merged reality” che li racchiuderà tutti. Da declinare, però, in versione sempre più personale, magari con occhiali speciali che verranno usati per aumentare la sicurezza, tema carissimo ai consumatori, sicuramente molto più della privacy, a cui tutti sono disposti a rinunciare (almeno in parte) per avere servizi sempre più integrati. Sono questi gli scenari che ci aspettano nel 2017 (e anche più in là) secondo il report di Ericsson The 10 Hot Consumer Trends for 2017 and Beyond presentato ieri a Roma. Un documento in 10 punti che il colosso svedese pubblica ormai da sei anni per fare il punto su aspettative e desideri dei consumatori in fatto di innovazione digitale. Il report si basa su un sondaggio online svolto su base mondiale nel mese di ottobre 2016 dal ConsumerLab di Ericsson, sottoposto a oltre 7 mila persone distribuite in 14 megalopoli, da Berlino a Jakarta, da Sydney a San Paolo. Gli intervistati sono utenti internet di livello “avanzato”, ovvero persone che hanno una certa dimestichezza con la tecnologia, di tutte le età tra i 16 e i 69 anni. Per l’Italia sono stati chiamati in causa 1.500 consumatori. 1. Intelligenza artificiale Nel 2017 sarà il trend più grosso. A livello mondiale, una persona su 3 ha ammesso che vorrebbe un “AI advisor” a lavoro, cioè un assistente robotico che svolga dei compiti di routine al posto nostro, come smaltire le email o adempiere ad altri doveri ripetitivi. Una persona su 4 si è spinta oltre, affermando che avrebbe volentieri una intelligenza artificiale anche come capo. Quasi la metà degli intervistati, d’altra parte, ha detto di temere che i robot gli rubino il lavoro: un timore che invece è più contenuto in Italia, dove questo dato scende sotto il 40%. 2. Internet of things Sembra che gli smartphone siano destinati a diventare i nostri maggiordomi. Sempre più persone hanno nel loro dispositivo app per controllare le cose e il il 40% degli intervistati a livello mondiale pensa che lo smartphone possa svolgere compiti casalinghi al posto loro, facendo diventare “smart” l’abitazione e imparando le abitudini dei loro padroni. Gli italiani, invece, restano un po’ più scettici: solo il 25% è fiducioso nell’Iot. 3. Auto che si guidano da sole Il tema, qui, si gioca tutto sulla sicurezza. Un quarto degli intervistati ha affermato che si sentirebbe più sicuro se ci fossero le cosiddette self-driving cars invece delle auto tradizionali. Non solo: ben il 65% vorrebbe lui stesso un’auto che si guida da sola. Dati in contraddizione per l’Italia, dove pare che le macchine autonome siano viste come un pericolo: uno su 3 ha detto che non si sentirebbe più sicuro perché pensa che si possano hackerare. Anche il tasso di coloro che la vorrebbero possedere è basso: appena il 18%. 4. Merged reality Il video si mischia con la realtà, che si mischia con le tecnologie digitali. La realtà aumentata che dalla scorsa estate è diventata alla portata di tutti grazie anche al successo virale del gioco Pokémon Go, diventerà il prossimo anno ancora più integrata con la realtà virtuale e con la vita di tutti i giorni. Ben 4 utenti su 5 di VR crede che questa diventerà indistinguibile dalla realtà nei prossimi 3 anni, mentre la metà delle persone intervistate sarebbero interessate ad acquistare guanti o scarpe che permettono di interagire con oggetti virtuali (come un paio di guanti che permettono di suonare una tastiera virtuale). Ovviamente per arrivare alla merged reality ci sono alcuni problemi da risolvere: non bisogna avere cavi, non ci deve essere ritardo di trasmissione, ma soprattutto bisognerà dotarsi di batterie che resistono a lungo. 5. Sincronizzare tatto e vista Un problema legato ai dispositivi di realtà virtuale e alle macchine che si guidano da sole consisterà nei malesseri e nel senso di nausea che queste tecnologie potranno causare. Risolvere la sincronizzazione tra tatto e vista in un visore, ad esempio, sarà una delle prossime sfide da affrontare. 6. Il paradosso della sicurezza dei device Torniamo ancora sul tema sicurezza. Secondo il report, più della metà delle persone si sente più sicuro se ha un cellulare con sé. Ma quando portano lo smartphone, i 3 quinti degli intervistati hanno ammesso che corrono più rischi nella vita di tutti i giorni proprio perché si appoggiano sul fatto di avere un dispositivo con loro. 7. I social sono come dei silos Le persone saranno sempre di più portate a trasformare i social network in silos: secondo i dati del report, un quarto delle persone rivede i propri contatti periodicamente, eliminando i contatti che sentono in disaccordo con loro. Per questo si vanno a creare “compartimenti stagni” nei social in cui tutti i propri contatti sono costituiti da persone con stessi gusti e pensieri. A questo dato se ne aggiunge un altro: uno su tre ha ammesso che i social sono la sua principale fonte di informazione. Per quanto riguarda l’Italia questo dato scende a uno su 5, mentre circa la metà non si preoccupa di chiedere consigli sui social prima di comprare qualcosa. 8. Realtà aumentata personale Più della metà delle persone vorrebbe usare degli occhiali a realtà aumentata per illuminare spazi bui ed evidenziare i pericoli, quindi con uso prettamente riservato alla sicurezza. Due persone su 5 hanno affermato che cambierebbero volentieri l’ambiente intorno a loro o anche come le persone appaiono, in una sorta di “abbellimento” virtuale della realtà. 9. Il privacy divide Due utenti esperti di Internet su 5 preferiscono usare solamente servizi criptati, ma le opinioni sono divise. Il “divide” consiste nel fatto che le persone non capiscono bene chi prende i propri dati e che uso ne fanno. Un terzo degli intervistati pensa che la privacy come concetto non esisterà più nei prossimi 3 anni. 10. Monopoli tech Due persone su 5 vorrebbero acquistare tutti i prodotti che gli servono dalle 5 più grandi compagnie tech. Parliamo di qualsiasi tipo di prodotto, dalla frutta alla tecnologia. La maggior parte dei consumatori intervistati crede che nei prossimi 5 anni si verificherà di fatto una specie di monopolio delle 5 più grandi aziende tech. Source: http://startupitalia.eu/66809-20161216-10-trend-digital-domineranno-2017-report-ericsson

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